Analisi
L’ingresso nella Tolomea è rapido e deciso, infatti, il registro stilistico muta velocemente, segnando un netto distacco dall’Antenora. Nonostante l’ambiente rimanga immutato, la solennità tragica di Ugolino sparisce, cedendo lo spazio alle dissonanze e all’asprezza Petrosa propria dei versi dedicati ai peggiori dannati.
Torno ti sostiene che il cambiamento stilistico indica un contrappasso sonoro alla disumanità dei traditori. In effetti fin dal v. 109 si possono notare le allitterazioni della “c dura” e della “r vibrante”, ma anche della “v” al verso 112, che risulta di grado rafforzato in “levatemi”, a sottolineare il peso della richiesta del Frate. Tale figura di suono continua a ripetersi e trova maggior rappresentazione nei vv. 119-120, nei quali, l’accostamento tra la “r” e la dentale sorda “t”, serve per far emergere il verso e per far sì che l’ascoltatore concentri la sua attenzione sulla spietatezza dell’Inganno. Oltre alle allitterazioni, sono molte anche le rime consonantiche, che induriscono la sonorità del canto.
Dante, avendo già preso confidenza con la terzina di endecasillabi, dimostra tutta la sua grandezza nella capacità di passare attraverso differenti livelli formali. In questo caso, infatti, scende alla forma comico-realistica nel lessico ( groppo, coppo, crosta e figo) e nei modi di dire ( e mangia e bee e dorme veste panni) scanditi, spesso, dal polisindeto, pur rimanendo ancorato ad una raffinatezza tutta Dantesca, che emerge nelle rime difficili ( impregna, sovvegna e convegna), nei latinismi “ultima” e “scienza”, nell’apocape dell’avverbio latino “modo”, nell’avverbio latineggiante “unquanche”, nei riferimenti mitici alle Parche e nella lavorazione metrico-stilistica, che rende i versi scorrevoli e proverbiali.
Nonostante tutto, però, Dante vuole far emergere la meschinità della beffa e la malvagità del peccatore, cambiando, come detto in precedenza, il registro e imbrogliando il frate con un giocoso ed equivoco giuramento ai vv. 116-117.
L’odio che Dante prova per i dannati nella Tolomea è tale da portare ad una trasgressione teologica, che priva della possibilità di pentimento, dannando alcune anime prima della morte e lasciando entrare nel corpo ancora vivo un demonio. Questo, però, è un ingegnoso espediente per condannare peccatori ancora vivi e per ricordare al lettore l’estrema gravità del tradimento-uccisione degli ospiti.
La mensa e l’ospitalità, infatti, sono evangelicamente comunione rituale tra uomini, di conseguenza il tradimento porterebbe ad uno stravolgimento dei rapporti umani, dissacrando ciò che è socialmente sacro. Perciò probabile fonte per Dante fu l’Ultima Cena di Cristo, in cui, secondo Giovanni (13,27), Giuda tradì Gesù e in tal modo “entrò in lui Satana”.
Nonostante la netta divisione tra l’Antenora e la Tolomea, Dante accomuna i versi dedicati ad entrambe le zone con la presenza di un Vituperio contro una Città e i suoi Cittadini. Dopo quello contro Pisa, è presente quello per Genova, poichè, molto probabilmente, Dante, quando venne ospitato a Genova, si sarebbe messo in contrasto con i Doria, i quali sarebbero arrivati, insieme ad alcuni loro amici, ad aggredirlo. Pertanto, anche se non in modo esplicito, Dante colloca il Vituperio contro i Genovesi proprio tra i versi dedicati ai traditori degli ospiti, poichè, probabilmente, lui stesso si sentì un ospite tradito.
Nonostante tale visione sia frutto solamente di alcune ipotesi, si è certi che, collocando i Genovesi all’Inferno insieme ai Pisani e ai Fiorentini, Dante volesse sottolineare, ancora una volta, che la causa dell’esistenza della ferocia umana è da ricercare nel fatto che la terra è popolata da esseri già diabolici e infernali, ricollegandosi, così, al terribile destino dei corpi ancora vivi, è che anche Genova, come dimostrato attraverso Branca Doria, è una città emblema degli scontri Politici dell’Italia Comunale.